Nine Inch Nails – Year Zero

Come è stato inventato l’industrial? Le grandi scoperte della scienza sono state spesso il risultato di errori o eventi casuali. Tipo la mela di Newton. O il sesso con una donna per George Micheal . L’Industrial deve essere nato nella pausa per pulire la pallina del mouse durante una partita a Civilization. E con la domanda “Come posso ricreare questa eccitazione con la MUSICA?”

La risposta è stata la carriera di Trent Reznor.

Ora i puristi del genere in questo momento staranno urlando che in realtà il genere esiste da ben prima dei Nine Inch Nails, ma sono puristi del’industrial, quindi chi cazzo se ne fotte di quello che pensano.

La realtà è che prima di “The Downward Spiral” uscito nel 1994 a nessuno importava dell’industrial. E non conta quante mediocri imitazioni di band simili sono fiorite o quanti album i NIN hanno sfornato da allora, a nessuno è più interessato. Perchè quindi continuare? Hai avuto un discreto successo negli anni ‘90, Johnny Cash ha fatto una cover immortale di un tuo pezzo, non era forse l’ora di ritirarsi? Di appendere la cera bollente da versarsi sui capezzoli al chiodo? No, Trent Reznor aveva ancora della sensibilità sul petto rimasta per realizzare questo “Year Zero”.

E allora via con il susseguirsi di tracce come “The Greater Good” e “In This Twilight” dove Reznor sussurra lentamente sopra una base ripetitiva punteggiata da distorsioni e note di pianoforte versi struggenti come:

Breathe… us in
Breathe… slowly
Breathe… us in
Slowly…

I fan dei NIN razionalizzeranno tutto questo con le parole “ipnotico”, “claustrofobico” e “sperimentale”. Il che mi sembra corretto, io razionalizzo il fatto che ascoltino ancora i NIN nel 2007 con la parola “idioti”.

Tra l’altro, non so se avete notato poi la straordinaria somiglianza fisica fra Trent Reznor e Manuel Agnelli. Non capisco se è involontaria o un prodotto naturale della spropositata ed ingiustificata opinione favorevole che hanno di loro stessi. Sembra quasi che dopo che raggiungi un certo livello di successo nell’ambiente alternativo tu ti debba dipingere le unghie di nero e credere che ogni parola pronunciata abbia il valore di un componimento di Alexander Pope ritrovato.

Con questo disco Trent Reznor ha composto, e ricordo essere già autore di quella di Quake, la colonna sonora perfetta per le inevitabili scene nei club sadomaso dei film polizieschi di Michael Bay. Quelli dove i protagonisti sono etnicamente all’opposto e “non seguono le regole!”, e durante l’indagine nel mondo depravato dell’antagonista sopra le righe di turno finiscono in un club S&M. All’inizio sembra una normale discoteca: c’è un barman pelato, ci sono delle donnine che parlano tra di loro, ma ecco che – BOOOM – all’improvviso parte una traccia di “Year Zero” e la gente si mette a ballare al rallentatore, al barman spuntano piercing ovunque e le donnine di cui sopra si leccano a vicenda e capiamo tutti che si tratta di un luogo “estremo”. Di solito questa segue la scena dove i due poliziotti si ritrovano nella stessa auto e si cambiano la stazione radio a vicenda per mettere la propria musica dimostrando così quanto siano “diversi”.

Congratulazioni Trent Reznor, sei diventato un clichè.

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