amatoriale napoli italia

amatoriale napoli italia” si apre con una esplicita provocazione: la location della mattanza sessuale è una stanza infantile, forse abitata da un bambino. La sessualità moderna vista come un gioco da usare e gettare, come un personaggio dei Lego a cui non dai troppa importanza.

L’attenzione si concentra immediatamente su di Lei, distesa su un letto spartano e post-moderno, con le gambe aperte. Ed in silenzio. Disinteressata agli incomprensibili versi gutturali del uomo che non vediamo. Ma chi è quest’uomo? Non verrà mai nominato nella pellicola, perchè quest’uomo è tutti noi. E’ la Mascolinità che tenta di controllarla da dietro la macchina da presa – e noi complici con essa. E l’unico modo che trova di rispondere a questo attacco è tramite un enigmatico sorriso che rivela una passiva aggressività. Come per sovvertire, facendoli deflagrare dal suo interno, gli archetipi dello stanco rapporto uomo-donna convenzionale. La vulva, non più piegata ai crismi fallocentrici di genere, ma invece nuova figlia della risposta indipendente e DIY al cinema commerciale e commerciante americano, si ribella ed esplode in una jungla di contraddizioni e peluria ispida da blaxpoitation anni ‘70.

Ma qualcuno è ancora pronto a confrontarsi con Ella? Quella vulva è ancora ospitale? Queste sono le domande che si pone lo spettatore, ed i successivi 25 minuti saranno usati per assolvere questi quesiti.

I protagonisti non parlano, ma comunicano continuamente: con gli sguardi,con i gesti, con le paillettes, con il silenzio — un silenzio tattile, peloso, pastoso. Il codice visivo serve ad assolutizzare ancora di più il legame che c’è fra loro: solo lei alla fine può vederlo e dirgli “non famme parlà” mentre comprime fra le labbra il suo Ego.

L’incomunicabilità si interrompe solo interminabili momenti dopo l’inizio del film, come in “Ferro3” di Kim Ki-Duk, già vincitore al Festival di Venezia, quando alla donna viene comandato di girarsi per appagare il desiderio morboso di culi bulbosi del Grande Fratello — qui soffocante quasi come quello proposto nel “Brasil” di Terry Gilliam — che la riprende ginecologicamente. “E fammè vedè” la incita. E lei esegue, oramai totalmente arrendevole verso i suoi comandi e bisogni.

Questo, uno dei temi centrali di tutta l’opera, si ripropone poco dopo, quando la donna rimane simbolicamente nuda a metà: via il tanga del mercato rionale di giovedì e i pantaloni di H&M che lasciano scoperto solo il ventre materno, mentre gli stivali di pelle nera e la maglia rimangono indossati. Un simbolismo che ci ricorda il ruolo anacronisticamente ambivalente richiesto alla donna da parte della società fallocratica attuale: essere madre, madonna e puttana allo stesso tempo.

Tutto ciò riverbera pure con il dilemma della penetrazione anale, a cui costantemente si fa allusione per tutta la durata delle pellicola, ma che non giunge mai al suo vero compimento, come una sorte di riverenza ostracizzata dei propri bisogni primari compiuta dal dogma cattolico verso “amatoriale napoli italia”. Un desiderio represso accennato che verrà internalizzato, e ricomparirà in maniera disgustosa in seguito.

Ma è il sesso il vero problema insito nella nostra società? Tutto ciò sembra chiedersi “amatoriale napoli italia” quando, con un inaspettato colpo di scena, vira il suo compasso morale da una critica sui costumi sessuali e sociali ad una feroce rimostranza verso la politica storicamente compiuta dalle destre in Europa e nel Mondo.

L’allegoria del male conservatore appare chiara al momento shock del film: a 23:04:12 la telecamera viene rivolta verso uno specchio rivelando un uomo minuto, con un ciuffo e dei baffetti rettangolari sotto il naso: è Adolf Hitler.

L’uomo dietro la camera, ora visibile a tutti nella sua spietata crudeltà, riprende se stesso mentre affonda le proprie convinzioni reazionarie tentando di coprire l’enorme territorio europeo in un virtuoso citazionismo breteastonellisiano da “American Psycho”, citato spudoratamente e senza vergogna alcuna come il remake scena per scena dello “Psycho” di Gus Van Sant, e prendendo il posto del point-of-view di “Strange Days” che aveva dominato la prima parte del film. Capiamo anche la scelta della data costantemente in sovrimpressione,un parallelelismo fra l’Italia berlusconiana in mano alle destre proto-fasciste in pieno 2004 e l’America yuppie anni ‘80 reaganiana.

Il tema dello strapotere su persone e cose di “amatoriale napoli italia” ritorna a 23:19:45, quando il Fuhrer, al massimo della sua ascesa, guarda in camera — rompendo la “quarta parete” teatrale — e sfidando il mondo tronfio della propria supremazia illustrata dall’ultima conquista ad essere caduta ai suoi piedi. Mai nessuno aveva avuto in mano tanto potere su un territorio così vasto.

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A 23:23:17 Hitler esce dallo schermo e possiamo osservare la stato dell’Europa: aggrappata decadente ormai ad una sedia metaforicamente a pezzi che non la regge più. E’ lì che la crudeltà del regime nazista compie il suo orrore più grande. Al suo ritorno sfogherà la repressione della negata sodomia violando il trattato di Ginevra della vagina europea tramite un profumo stick da uomo.

“Mi fai maaaalee’” sembra lanciare un urlo disperato la Vecchia Europa. E’ troppo tardi, la soluzione finale è ormai praticamente giunta al suo climax. L’Europa giace seduta in ginocchio davanti a Hitler, totalmente trasformata da come appariva un tempo.
Sembra quasi sul punto di chiedere pietà quando, all’improvviso, milioni di soldati ariani invadono i solchi e le trincee che la varicella chiamata Seconda Guerra Mondiale hanno provocato sul suo viso.

E subito si va in nero.

Gli orrori della guerra, mostrati così esplicitamente e senza remora alcuna, ci hanno reso ciechi.

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