Dentro gli hipster

E’ venerdì sera e a 300 metri dall’ingresso dei Magazzini Generali tutto è giallo, umido, solo, stretto fra dei leggings o gay. E’ la consueta serata del “BuggedOut!”, l’appuntamento milanese ufficiale “electro/nu rave” in replica ogni settimana. Questa sera è speciale però, perchè, ad occuparsi del dj set, sarà uno dei membri dei Klaxons, il gruppo che ha insegnato a migliaia di figli di papà della vera capitale d’Italia che vestirsi come un muratore calabrese in tuta di acetato in visita alle vetrine del Duomo con l’autoradio sottobraccio  del 1991 è da considerarsi “cool”.  Sono passati solo 3 anni dagli hipster dei navigli e la situazione non ha fatto altro che peggiorare. Ora sono diventati hipster di Porta Ticinese. La maggior parte delle persone qui in fila in questa degradata discoteca vittima di stupri e presentazioni di album dei Club Dogo, sembra non sia mai uscita dalla via adiacente alle colonne di San Lorenzo. Una lunga catena di poco-più-che-ventenni che si vestono srotolando un lungo tappeto d’acqua di plastica dalle colonne di San Lorenzo fino a Porta Ticinese sbattendo contro gli “store” di American Apparel, Stùssy, Tokidoki, 55DSL ed H&M.

Non c’è nessuno in questa fila che non abbia almeno un capo di questi marchi dove un cappello rigido con un adesivo sopra arriva a costare anche oltre 150 €.

E poi neoyuppie. Centinaia. Non me lo aspettavo, ma se non costituiscono almeno il 50% del pubblico questa sera, ci vanno comunque molto vicino. Forse perchè l’Hollywood ha chiuso dimenticandosi di baciare le giuste chiappe al Comune di Milano. Forse perchè le tipe MDMA-Friendly sono anche BJ-Friendly.

Lo sciame in tonalità ipovedente finisce di allinearsi sui due lati dell’ingresso.

Arriva un tizio con una sciarpa legata stile laccio emostatico al collo, che temo non essere affatto casualmente in tinta con la carrozzeria della Legomacchina in cui è seduto, che lotta senza successo contro la volontà di Dio che lo ha voluto imbecille, mentre prova a parcheggiare una vettura lunga come la sua carriera scolastica scontrandosi ripetutamente con l’auto davanti e con quella immediatamente dietro.
Immagino sia così che si debba sentire un documentarista di Discovery Channel mentre osserva e riprende, dopo essere stato sdraiato per ore nel fango e umido, qualche insetto che si accoppia in una foresta dell’america latina. L’unica differenza è che qui non ci sono specie in via di estinzione o luoghi esotici, solo un idiota con la sua Smart e la puzza di piscio incrostata ai bordi del marciapiede di Corvetto.
Completato l’allunaggio una tizia gli fa segno di muoversi; devono iniziare la lunga processione da profughi mendicanti per entrare ai Magazzini.

In una scena dove marchi e simboli sono stati eliminati ed è impossibile notare immediatamente quanto hai speso per cosa e dove, la fila ai locali è diventato il nuovo status symbol tramite cui generare invidia sociale. Non importa neanche quanto guadagni, la cosa veramente essenziale è cosa fai e per chi. Certo, c’è qualcuno che arriva posteggiando il Lamborghini, ma non se li incula mai nessuno. Fanno solo colore e danno un tono all’ambiente, come i tappeti e l’inquinamento ad Istanbul. E devono comunque accodarsi per far passare editor e galleristi e artisti e musicisti e designer e copywriter vari. Tutti sembrano impegnati a fare qualcosa che non richiede uno sforzo fisico maggiore di tenere premuto Opzione + Mela insieme.

Coloro che invece non rientrano nella casta creativa milanese si devono affidare a MuHarsehlo, il PR apparentemente responsabile di ogni cosa che accade qui intorno, il cui nome rispecchia appieno la virilità che emana. Ogni volta che appare all’ingresso si sentono svariate persone lamentare il suo nome, disperatamente alla ricerca della sua attenzione. I  più scavati possono vantarlo alla voce “M” in rubrica, ma al numero non sembra mai rispondere nessuno. “Sempre quella cazzo di segreteria telefonica del cazzo, cazzo!” dice un tizio con una felpa bianca con un pattern infinito di cupcakes rossi. I soliti sociologi e psicologi chiamati nelle solite trasmissioni dopo i soliti omicidi amano ripetere che “non ci sono più eroi per i giovani”, ma si sbagliano. Ogni venerdì notte, centinaia di 20enni milanesi, nel momento del bisogno, sanno che possono rivolgersi a una sola persona: Malllseooo. “Hey!| È arrivato il supereroe più gay del mondo. Ha il potere di farti entrare al privè gratis dei Magazzini Generali coordinando i calzini con la camicia e litigando con suo padre!” e sono salvi e felici così.

C’è una tizia più avanti nella fila che sembra aver particolarmente bisogno di una mano. E’ strana, perchè – paradossalmente – è normale. Non ha occhiali nerd ironici in faccia, non ha magliette ironiche sul petto e neppure scarpe anacronistiche (ironiche) addosso. E’ anche paffuta — grassa per gli standard di chi ha intorno. Non ha nulla a che vedere con la fila degli hipster milanesi, ma nessuno riesce a dirle niente perchè sembra una camionista tedesca lesbica che ci prova con la tua ragazza all’autogrill, ma non ce la fai a dirle niente di cattivo perchè ti ha offerto il caffè corretto.  Nessuno tranne l’amica che ha accolto l’astronauta di prima. Cerca di passarle avanti, e quando si rifiuta le fa “Dove hai comprato quella tshirt? Oh, non dirmelo tesoro, al reparto extralarge, eh?” Che sembra una di quelle pessime battute che senti dire agli antagonisti dell’episodio del giorno nelle sitcom americane tradotte male nel pre-serale di italia 1, ma evidentemente hanno basi nella realtà. La frase sembra causare il malumore dei più, non tanto per le parole, ma perchè chi le ha pronunciate ha le tette a forma del mouse del primo iMac, e quei così erano scomodi perfino per trascinare dei file in un cestino — figuriamoci sul petto di una donna.

Mi arriva un SMS, il mio contatto fa segno di andare da lui, e MuaRHsrsceeloo ci viene a prendere portando tutti direttamente nel privè.

La musica dentro è un mix interminabile di electro francese alla Justice – che aveva già rotto il cazzo 2 anni fa – ma che per fortuna sembra ormai entrata nel mainstream popolare, il che dovrebbe condannare il genere ad una morte fra qualche mese. Una roba tipo questa.

La gente sul piano superiore rispetto alla pista è ancora più forzatamente stravagante di quella rimasta fuori. Un vano tentativo fallito di apparire brillanti e con una personalità interessante attraverso il vestiario inconsueto ed anacronistico. Una tipa sui 27anni è si è presentata con addosso dei moonbots da montagna. Un altro è solamente coperto di cellophane e va in giro a chiedere speed da mischiare con la vodka lemon. Molti hanno la kefiah, magliette in sostegno a prigionieri politici che non conoscono e altri oggetti riconducibili a movimenti di resistenza. Tutti portati in modo fastidiosamente “ironico”. Se i simboli di lotte di gente che è morta per la propria sopravvivenza fossero una famiglia di 3 persone che vive in un’anonima provincia lombarda, gli hipster di porta ticinese sarebbero Olindo e Rosa Bazzi. Un’infinita schiera di testicoli e colpi d’ascia fra le gambe che cercano di conoscersi l’un l’altro vestendosi da comparse di qualche film degli anni ‘80 che non è stato mai prodotto.

C’è un sacco di gente che ha delle reflex con flash enormi da migliaia di euro, macchine usate di solito da fotografi professionisti per catturare concerti o eventi sportivi, che qui vengono impiegate per dimostrare dov’eri e cosa indossavi. Ognuna di queste immagini andrà poi su qualche sito o rivista hipster.
Ogni volta che questi fotografi passano, qualcuno li picchietta sulla spalla per avere una foto. “Me ne fai una, daai!” Si mettono in posa,chiamano i loro amici e urlano facendo facce strane. Se fossero a Gardaland, queste sarebbero la foto da pirla sopra Blue Tornado per dimostrare a tutti che ci sei stato. Qualcuno ci prova anche con me, ma presto trovo un metodo per negarmi. Un segnale — forse rudimentale, ma efficace — compreso da tutti, che riesce a colmare l’incomprensione e risolve il simpatico qui pro quo formatosi dalla distanza culturale che ci separa: “’fanculo no”.

A parte un tizio che controbatte con una proposta: se gli assicuro la pubblicazione della foto mi presenterà “Una donna matura, una 36enne figa con il corpo di una 23enne”, la tizia è davanti a me, ma il corpo della 23enne deve averlo nascosto nel congelatore.

Ho sete, mi dirigo al bar. Tento di leggere sul menu quanto costano i cocktail, anche se davanti c’è una ragazza truccata da uno starnuto di Ronald McDonald che copre 3/4 del foglio. 10 euro per un bicchiere di plastica e 2 dita di alcool? Vaffanculo. Un tizio di scatto mi si avvicina con attaccato appresso altri 2 figuri, nessuno alto più di 1,70. La loro espressione è quella standard da tamarro di provincia milanese, dovrebbe far paura nelle loro intenzioni — tipo, chessò, l’inseguimento al bimbo sul triciclo in Shining — ma è più “42 enne che fotografa gli upskirt delle liceali al parco e poi le aggiunge al suo sito”.

Se la biologia ti ha donato di spalle larghe e un’altezza sopra la media sai già quello che ti sta per succedere.

Ho visto. Non devi guardare. Non devi guardarla.

Non è mai perfettamente chiaro cosa non dovresti guardare. Potrebbe essere il suo sguardo, i cocktail o il sottoinsieme di adipe e pompini poco entusiasti che si porta appresso.

Cioè, sta con me. Mi dà fastidio

Le prime volte sei genuinamente perplesso che da una squisita disquisizione verbale la cosa si trasformerà a breve nella versione con grugniti e vapide minacce di morte delle borsettate fra ragazze, ma poi capisci. Comprendi che si tratta di un rito di passaggio. I bambini ebrei a 13 anni hanno la Bar mitzvah, i guerrieri masai per diventare uomini devono superare delle lotte in solitario per mesi fra leoni e serpenti velenosi, i tamarri milanesi ti dicono di non guardare la loro cazzo di ragazza.

No, ti ho visto che la guardavi.”

Potrebbe essere considerata una sfortuna le prime volte che ciò accade, ma ogni dubbio scompare perchè poi realizzi che hai il biglietto di Willy Wonka dorato di prima classe per il Treno Delle Figate Che Userai Come Aneddoti Per Le Prossime 2358 Cene.

Avrei voluto chiedergli se aveva un frullato da poter bere, ma la scenetta aveva fatto il suo corso e doveva concludersi con il terzo amico che si scusa con me e allontana il suo compagno di vita eterosessuale con il gomito, e gli dice qualcosa. Poi gli prende la mano e se lo tira via come una bambina che ha appena fatto cadere un cono da 3 euro insistendo contro la coppetta che voleva comprare  la madre. Ognuno ha il supereroe che si merita.

Come una ragazza, che continua a tagliare la stanza in diagonale per attirare l’attenzione. E’ vestita con una rete e basta, e il seno è completamente scoperto. L’unica cosa che la copre sono degli short di jeans con un enorme logo di 55dsl. E poi si lamentano delle notizie tragiche che ripetono i telegiornali quotidianamente. Non sarebbe sorprendente se un giorno di questi qualche malintenzionato la prendesse per i capelli trascinandola in un vicolo buio e, slacciandosi i pantaloni, le desse un indirizzo per spendere meglio i propri soldi.

Ma sono le 4 e la serata è finita.

E mentre la gente raccoglie le proprie cose e le lingue si staccano, solo una cosa rimane scolpita limpidamente nella mente. Negli anni ‘60 la gioventù dovette organizzarsi e battersi per ottenere diritti civili fondamentali di cui tutto godiamo oggi. L’aborto. Il divorzio. Molti morirono per questo. Negli anni ‘70  la gioventù dovette scendere nelle strade per combattere contro la stato fascista di polizia che si era venuto a creare. Molti morirono per questo. Negli anni 80 si sfondarono tutti di eroina perchè i loro genitori erano diventati quelli contro cui lottarono in gioventù. Molti incontrarono Muccioli per questo. Negli anni 2000, la difficoltà più grande che ha dovuto affrontare nella vita la generazione in fila a vedere i Klaxons stasera è stata diplomarsi al Liceo Artistico.

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