Vuole fare la modella!

E’ difficile riuscire ad avere un tesserino da giornalista. Forse conoscete qualche amico che ci ha provato disperatamente e nonostante le sue fatiche non vede una via d’uscita. La maggior parte alla fine, stufi di cercare di entrare nelle grazie di un ordine proto-massonico autoreferenziale, si accontena del tesserino da pubblicista. Ma non disperate, perchè se proprio non riuscite ad avere una carriera da giornalista, potete sempre iniziare a scrivere per Repubblica. C’è sempre bisogno di una mano in più nel cercare foto di fighe venezuelane dai nomi difficili su Google Images e scrivere reportage sui “giovani” — quell’oscura definizione che comprende chiunque si trovi fra  i 16enni di Quarto Oggiaro e i 38 enni  di Verona che vivono con la mamma — scritti con toni da cinegiornali di guerra dalle colonie fasciste dell’Istituto Luce.  E’ grazioso, e per grazioso intendo “patetico e divertente”, osservare un quotidiano un tempo rispettabile cercare di rimanere aggrappato all’importante target pubblicitario che gli è da tempo sfuggito, quello delle persone nate dopo il 1946. Ricordano lo zio non sposato, fratello di tuo padre, che dice quanto è “togo” l’ultimo video di Madonna, ignorando che “togo”, “Madonna” e la sua dignità sono scomparsi tutti insieme con il Burghy un qualche mese del ’91.

Ma questa settimana ci riprovano, e dalle loro torri di avorio IKEA e thè verde giapponese, hanno deciso di deliberare sugli hipster. Nessuno della loro polverosa redazione ha mai sentito nominare questa parola, o incontrato qualcuno di loro. Semplicemente, se ne parla Repubblica, significa che deve essere uscito un articolo sulla questione su qualche magazine importante americano – o sul NY Times – e loro si sono sentiti in dovere di plagiarlo al 60/70% , se non interamente tradurlo, per poterci scrivere qualcosa. Il resto quasi sempre viene da Wikipedia e post sull’argomento che “l’autore” avrà trovato googlando per 10 minuti.

Anche in questo caso l’intero articolo del secondo quotidiano d’italia è stato preso da Huffington Post, un importante blog\magazine di opinione della sinistra borghese snob americana e riadattato oziosamente in italiano. Tutti i vari riferimenti al fenomeno, comprese le battute e foto, che l’autrice originale Verena von  Pfetten ha scritto in “7 hipster fashions we love to hate” appaiono su “Hipster, essere fashion con il peggio della moda“.  Repubblica è così gentile da riprendere persino un vecchio post di 3 anni fa che avevo scritto sull’argomento.

“Non sono radical chic, né bohemien o neo-liberal. Quello che li differenzia da questi gruppi è la mancanza di intenti politici. Non rivendicano alcuna appartenenza politica, perché volutamente indipendenti da ogni regola. Non vogliono essere catalogati e eludono l’attualità: tranne, ovviamente, per quel che riguarda musica e moda.”

3 years ago

“Qualcuno potrebbe frettolosamente definirli “radical chic”, ma sbaglierebbe clamorosamente. All’hipster non frega niente della politica, esso si sente superiore agli altri per la musica che ascolta e i film che vede piuttosto che per le sue idee rivoluzionarie.”

Almeno potevano usare quello recente più figo. E non dimentichiamoci che questi sono gli stessi che ruppero le palle a Luttazzi per la battuta di Hicks. E queste sono solo le cose che ho riconosciuto, chissà quelle che mi sono sfuggite.

Ma forse bisogna avere un tesserino da giornalista, che ti permette di essere autrice di fatiche come “le 15 star più temute negli hotel” e “Un barboncino alla Casa Bianca – E’ il cane ideale per Obama” per poterci riuscire.

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