Le prime 4 pagine della fan fiction slash “Lo Sceriffo G”

Dopo cena “G.” ha un impegno costante da almeno 10 anni. Un impegno di lavoro, come ricorda inutilmente alla moglie.

“Ci vediamo dopo.”

figliodisicilianaNelle strade, i giovani che stringono spritz, lo intravedono farsi largo  fra di loro. Tutti lo riconoscono mentre abbraccia la ventiquattr’ore in petto e saluta orgoglioso e autoritario chi domanda la sua attenzione. Per il popolo verde è “Lo Sceriffo”. Per i motel più discreti della provincia è Roberto Ernestin. O Antonio Vener. O Francesco Canat.

Quando arriva al Motel  il congierce sorride e lo fa entrare. Dietro di lui un cartello avverte che il check-in non è più permesso da un paio di ore, ma per un cliente come “G.” non ci sono problemi.

Il concierge gli domanda sottovoce se deve chiamare “Tyson”. Lo Sceriffo scuote la testa.

“Non per questa volta.”

Nella stanza, accuratamente lontana dalle altre occupate — come è solito richiedere — la tv è accesa. In onda, su un Tg nazionale, c’è l’orgoglio di G., il suo discorso davanti alla folla microfascista fomentata dalle sue parole contro gli spauracchi del momento. Tutta l’Italia questa volta le sentirà e, addirittura verrà poi a sapere, diversi giornali e tv straniere ripeteranno il suo intervento. In tv appare stoico e imponente, ma questo ora non riesce a vederlo, per via della tv coperta da una guêpière.

Quando riesce a liberarsi dalla cintura, impegnata eroicamente a non contaminare il lardo con la linea gotica delle sue ginocchia, la tv sta ormai ringhiando paura contro altre minoranze in una riuscita strategia di distrazione di massa.

G. rotola quindi con fatica per terra, l’unico modo possibile per infilarsi la guêpière presa dalla tv, che aderisce al suo corpo come una casa terremotata indossa una collina.
Qualcuno bussa brevemente due volte. Lo Sceriffo strappa un lenzuolo e zoppica coprendosi inutilmente fino allo spioncino. È la valigia che aspettava. Restituisce i due colpi alla porta e aspetta ansimando che non ci sia nessuno nel corridoio per trascinarla dentro la sua stanza. Subito controlla la scritta sull’etichetta, e un grosso sorriso illumina i suoi denti gialli quando vede stampato “XXX”. Ogni valigia ha una Denominazione di Origine Controllata, a seconda della distanza di provenienza dalla sua regione. Questa era la sua preferita, e proprio quella di cui sentiva il bisogno stanotte: Extra-Extra-Extra-comunitaria.

La combinazione è banale — la sua data di nascita — ma G. non si preoccupa, sicuro che per aprirla richiederebbe alla gente della sua città lo stesso sforzo necessario a Turing per decriptare il codice Enigma nazista.

Dentro non ci sono vestiti, ma scatole. Un numero impossibile da definire, ma ognuna catalogata per nome e suddivisa nella sua zona di specializzazione e quindi luogo o razza. G. inizia una ronda illegale con la mano destra controllandole tutte, e la ferma sopra “Scarpe”, catturando una con l’etichetta “Negro”.

Appena sfilata dalla sua busta di plastica l’odore di sudore di piede strozza il tanfo asettico da stanza d’albergo, eccitando Lo Sceriffo che emette nell’oscurità un gemito inaudibile all’uomo, ma che fa impazzire due bulldog tre piani di sotto, che mordono nel sonno il loro padrone.
Mentre la sua lingua da tolleranza zero è disposta a perquisire ogni lembo di calze e pelle morta provenienti dalle dozzine di diversi migranti che hanno occupato la scarpa, il braccio scivola senza timore verso il bassoventre — ormai solo una purea di lardo scoppiato e violaceo che soffoca tutto ciò che trova immediatamente sotto di esso.

Questo è un lavoro svolto ormai da ben oltre 17 anni dalle suore misericordine della sua mano sinistra, che per evitare piaghe da decubito devono sollevare e spostare il suo pube ogni 2 ore.

Lo Sceriffo ha controllato con il vescovo locale e sono entrambi d’accordo: questa è Vita.

Con la faccia ormai rossa per lo stress erotico, dopo aver ispezionato ogni punto della scarpa, G. decide di accarezzarla e riporla con delicatezza nella sua busta di plastica, come quando da bambino si stufava del cavallino di legno, immediatamente sentendo la mancanza del cuoio premuto sul viso.

Dalla valigia chiama a sè un bastone non troppo lungo, marcato con la scritta “ROM”. “Un sostegno usato da qualche bambino zingaro che non riesce a camminare bene” razionalizza da solo per eccitarsi.

Lo Sceriffo prende il bastone con 2 dita e comincia a lavorarlo dentro la sua trachea, combattendo il riflesso faringeo involontario della gola spingendolo nel frattempo sempre più in giù. Adora la sensazione del bastone lungo e sporco che si muove dentro la sua bocca, lubrificato dalla sua saliva purificatrice. Delle lacrime cominciano a surfare le piaghe rugose della faccia di G., e un mantra di odio contro se stesso e la sua ripugnante esistenza scandisce i minuti che passano.
Il bastone continua ad essere spinto fino a quando riesce ad udire distintamente un “clank”. La stampella di fortuna di qualche ladruncolo proveniente da qualche sudicio campo ROM del cazzo è ora incastrata fra la sua laringe. Lo Sceriffo spalanca gli occhi e comincia a roteare violentemente il bastone — come se il suo corpo fosse un tappo di sughero — ma questo sembra peggiorare la situazione, chiudendo definitivamente l’unico spiraglio da cui riusciva a far entrare aria. Minuti scorrono in cui piange silenziosamente e si dimena, cercando il giusto angolo per liberare il suo canale respiratorio. La mancanza di ossigeno al cervello gli ricorda quando è rimasto chiuso e dimenticato in ascensore ad agosto a 9 anni, l’esatto momento nella sua esistenza in cui tutto ha cominciato ad avere senso.

Lentamente sente un’euforia raggiungerlo. Sta per perdere i sensi e morire, ma si sente stranamente eccitato dalla situazione. È sicuro di ricordare d’aver letto qualcosa a riguardo da qualche parte, quando urta contro la rifinitura ai piedi del letto, che gli fa perdere l’equilibrio e sbattere la testa, riuscendo involontariamente a liberarsi dal bastone ROM in gola.

È a terra, ma ride. Ride squarciando la notte con il fetore delle sue carie marce, liberando tutta la gioia repressa per aver rimandato il suo soggiorno eterno all’Inferno ancora una volta.

Guarda l’orologio. Sono esattamente quando ha detto alla moglie che sarebbe tornato meno venti. Decide di sbrigarsi.

Dalla ventiquatt’ore con cui ha raggiunto il Motel tira fuori due bambolotti anatomici, sopra le loro teste ci sono inchiodate con la spillatrice le foto di Mel Gibson in tenuta Braveheart e John Wayne in tutti i film di John Wayne.  Dalle mutandine di pizzo spreme fuori il suo pene, ormai oggetto del suo disgusto da troppo tempo. Posiziona i bambolotti sopra un mobile, in modo che possa vederli direttamente in faccia. Fra le mani stringe tutto ciò che lo rende uomo, una perenne sensazione che gli ricorda quando a 9 anni al Luna Park strinse in mano la busta con il pesce rosso vinto ad una giostra, poco prima di usare un ascensore — la massima erezione che può raggiungere senza digerire una pasticca blu chimica. Ma tanto basta.

Mentre fissa negli occhi le bambole, la proiezione di uomini che non è mai stato capace di essere, il suo respiro aumenta fino allo squittire di un orgasmo,  un suono indistinguibile da quello di un tergicristalli messo in funzione a secco, secondo tutti i benzinai di lunga esperienza ascoltati.

Ripresosi rincontra gli sguardi dei bambolotti, impietosi nel ricordargli la sua misera esistenza, non importa quante volte possa urlare da palchi, promuovere pulizie etniche o provare le sue tecniche di gola profonda su stampelle. Lo Sceriffo piange. Piange per tutto il suo paese. Piange per tutta l’umanità. Ma, più che altro, piange per se stesso. Mentre singhiozza nudo, nell’oscurità, della bava si stacca dalla bocca e percorre tutta la sua deforme rotondità cicatrizzata da smagliature rosse, cespugli di peli e sperma secco, fino a cadere nella pozza di muco, lacrime e saliva formatasi intorno alle dita gialle dei piedi.

È un pianto lungo e non liberatorio, come tutti quelli che vengono ripetuti all’infinito sapendo che non porteranno ad alcuna risoluzione. L’unica cosa che lo calma è l’idea di tornare da sua moglie e dalla sua gente, la finta esistenza che ha creato con successo per schermare e compensare le sue vere pulsioni e mancanze.

Lo Sceriffo ride di nuovo.

Ride con quell’arrogante ed ingiustificata espressione di sicurezza e con quell’infantile idea di essere sempre dalla parte della ragione che tutti i suoi ammiratori e nemici conoscono bene. Ride lanciando un guanto di sfida al Maligno, che guarda dall’alto in basso — con tono di sfida — per averlo sconfitto ancora una volta. Ride finchè non sente il suo braccio destro irrigidirsi.  E non comincia a roteare su se stesso fino a ricevere lo schiaffo del parquet, che riverbera per tutto il motel come il peggiore dei tuffi.

G. era sicuro di aver letto da qualche parte che in questi casi si vede un tunnel di luce caldo avvolgere i tuoi cari scomparsi che ti chiamano verso di loro, mentre i momenti migliori della tua esistenza si accavallano a vicenda in un flashback nostalgico e rassicurante. Ma l’unica cosa a cui  riesce a pensare sono i titoli dei giornali l’indomani, quando verrà fotografato in prima pagina vestito con della lingerie non-cristiana imbrattata dal suo liquido seminale, mentre gli spasmi della mano cercano inutilmente un punto di appoggio per rialzarsi. L’ultima cosa che vede, prima di chiudere gli occhi, è la sua immagine sulla tv a 14 pollici, acclamato da una folla di coglioni.

Dei passi si avvicinano sempre più velocemente. Ormai è giorno. Una voce femminile è dietro alla porta che bussa.

“C’è qualcuno?”

“Apri, sono io!”

”Gia—” uno sparo la interrompe.

CONTINUA…

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