Lavinia

lagnaEra lì che mi osservava coi suoi occhi sottopeso. Intorno a lei una dozzina di persone la controllavano aspettando qualche cenno, perché non parla mai. Le corde vocali le utilizzano le persone comuni. Ogni volta che fissava uno di questi, il povero imbecille si irrigidiva stupefatto e spaventato, come quando cadi male e cerchi di capire fra gli spasmi se dovrai assumere un filippino per farti il bidet per sempre. È indubbiamente una ragazza intelligente. Con un corpo apprezzabile dalle popolazioni sterminate tramite gli starnuti del colonialismo europeo. È una di quelle ragazze che ha capito in tempo, tempestivamente mentre le spuntavano le tette, di essere terribilmente noiosa, di non poter contribuire nulla al mondo, e quindi, per offuscare questa orribile verità, ha deciso da allora di rimanere in silenzio. Sempre. Di esprimersi solo con brevi movimenti della testa, o smorfie. Di apparire sempre annoiata o disgustata, perché è molto più eccitante essere costantemente scocciati, che mostrare gioia per qualcosa. È il genere di ragazza che i tuoi amici chiamano “misteriosa”. Una di quelle “strane” e “affascinanti”. Ha viaggiato più di te. Viaggi in luoghi lontani scoprendo nuove culture. È una persona diversa, ora. Più saggia. Se glielo chiedi, ti dice cosa c’è dietro i quadratini colorati nei film porno giapponesi. Ogni venerdì sera apre la bocca solo per qualche giudizio passivo-aggressivo sull’aspetto di altri. Troppo alto, troppo basso, troppo grasso, troppo magro, troppo <insert coin>. E per gratificare il tizio ambiguo nei bagni che deve ancora parlare con la madre di una cosa e con il padre mai più. Ha letto le quarte di copertina di tutti i libri di William Burroughs. Lo capisci perché non è arrivata mai alle parti in cui peggiora, quelle scritte fra le due parti rigide. Ha un Blackberry. Ora, un tizio con in testa un borsalino, dice qualcosa, e Lei accenna uno starnuto di risata. Non ricordo cosa, perché il suo cappello mi impediva di ascoltare la discussione. Un altro tizio si avvicina e le gesticola di entrare. Indossa delle Converse personalizzate. Sono fatte con dei brillantini, dei buchi e la solitudine alle superiori. Mentre rientra sbatte contro con tipo, molto meno pettinato degli altri. Lo guarda male e sparisce per sempre risucchiata dalla porta sul retro. Non ha gli strumenti culturali, e le necessarie esperienze di vita, per formare opinioni che vadano oltre a ciò che i suoi occhi possono vedere. Sembra che fra il suo apparato visivo e il cervello sia presente un muro che blocchi il passaggio di informazioni fra organi. E deve essere uno di quei muri tenuti male, con la puzza di pipì di cane nell’aria e i genitali disegnati sopra, anatomicamente esagerati per compensare a insopportabili mancanze.

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