Deragliamento personale comunitario

Questo pezzo è uscito su Rolling Stone di agosto. La versione completa, il restante 80%, é ora disponibile su Occulto Magazine.

No, assolutamente no. Stavo cercando esattamente questo.”

Un berretto fisso in testa come se cantasse nei Subsonica, a nascondere i capelli unti invece della pelata. Il viso truccato da eccessive applicazioni di metadone. Una felpa con un lupo, data di fabbricazione e lavaggio sconosciuta. David è la rappresentazione vivente, e la migliore persona, per parlare di Mirapuri, il paese-commune della provincia montagnosa vicino a Novara, situato a 800 metri sopra il livello dei casinò coi turisti in pantaloncini beige e le puttane da 200 euro di Stresa.

Non c’è modo più efficiente di capire Mirapuri se non passando prima da Stresa.

La stazione dei treni possiede solo due binari, uno per andarsene e l’altro pure. Nessuno si ferma, tutti sembrano fuggire in Svizzera o correre verso Milano. Gli unici che arrivano sono turisti vestiti male, a bordo di vecchi modelli di auto sportive, delle Ferrari e Jaguar anni ottanta che tentano di tenere il passo con continui e inutili ritocchi, come le persone che stanno alla loro guida. Un tempo qui c’era la ricchezza, c’erano i preservativi. Ora invece solo autobus di vecchi che vengono a svernare. E la medio-alta borghesia che ha sostituito i miliardari, che pensano di avercela fatta possedendo una macchina quasi-prestigiosa e la casa al lago di serie c.

Un concierge mi rivela che c’è tutta questa gente per soli 2 giorni all’anno, per il weekend di Pasqua.

Il centro, se opportunamente percorso, sembra un grafico illustrato e animato sul declino della città. Se inizi costeggiando il lago trovi solo enormi alberghi bianchi con nomi da batteristi di band hair metal, tutti posti esattamente uno di fianco all’altro, e decorati da giardini con fontane simil-romane e una variegata presenza di fauna kitsch. Leoni di gesso. Angioletti di gesso. Leoni vicino ad angioletti che pisciano di gesso. Continuando, e lasciando alle spalle l’architettura prodotta dalla stessa classe artistica capace di realizzare l’ultima buca di un mini-golf su una nave da crociera, e la torta nuziale in un matrimonio gay, si arriva progressivamente agli hotel a tre stelle. Due stelle. Finché non appaiono con sempre più insistenza cartelli che indicano la presenza di “centri di massaggi” e “night club” e “strip club” e non vedi più tavolate di vecchi, ma senti solo nell’aria il puzzo di shampoo contro l’alopecia, tintura bionda, calze strappate e coca tagliata male.

Un paio di uomini dal chiaro aspetto teutonico attendono di fianco a un grosso furgone da lavoro. Il primo saluta dicendo “non capisko bene italiano.” È molto alto, e magro. Ha dei capelli rossi corti e ricci. La barba che gli nasconde il viso anch’essa rossa e degli occhiali neri, con una vecchia montatura vintage non-ironica. Lo osservo una seconda volta per avere una mistica e terribile visione di dove sarebbe ora Matteo Bordone se non avesse incontrato il direttore di Rolling Stone.  Il secondo è David.

Il viaggio è breve e in circa trenta minuti io e la fotografa passiamo decine di curve tagliando la montagna per arrivare a Coiromonte, la frazione conquistata dalla gente di Mirapuri — popolazione 73 abitanti. Il posto è il classico paesino montanaro fumoso conosciuto solo dal sindaco e Carlo Lucarelli, uno di quei posti dove lo sport più praticato è giocare al videopoker e molestare la propria figlia nel sonno.
Ci sono case di pietra. Una chiesa con un campanile medievale. Lunghe strade in salita o ripida discesa. Nessuna ricezione dei cellulari. Quando passiamo, i vecchi con gli strumenti di lavoro da campo in mano, conficcano il manico nella terra e ci osservano. I pochi ragazzi, vestiti quasi tutti con il chiodo, ci salutano quando ci incontrano. C’è un abbeveratoio per animali con sopra una scritta incisa nella pietra:

“SE NON BEVI DA QUESTA FONTE NON RITORNI A COIROMONTE”

Nessuno di noi due beve.

L’unico luogo con qualche segno di vita sociale sembra il bar del paese. Ma i tipi di Mirapuri ci portano al loro albergo, chiamato “Omnidiet”. Ha l’aspetto di un classico agriturismo bed & breakfast, però, quando gli chiediamo durante il tragitto in furgone se ha anche questa funzione “turistica”, s’irrigidiscono e negano infastiditi. “No, no. Mirapuri è una cosa seria. ” Infatti, entrando in Omnidiet, la prima cosa che si vede è un calendario di tettone tedesche con la passera anni settanta. E pesci parlanti appesi al muro. David ci dice di aspettare nella “sala lounge,” una cassapanca di legno martellata al muro che ti costringe a fissare la scrivania vuota davanti che funge da “zona check-in.” Poco sopra c’è un orologio a cucù pronto a scattare da un momento all’altro — se non fosse morto da anni. Sul sito internet di Mirapuri sono molto orgogliosi di Omnidiet, del bar e soprattutto dei loro “groovy cocktails.” Guardando il menù si scopre però che sono poco più che beveroni alla frutta energetici disponibili in qualsiasi palestra sotto casa. Lumpa, la fotografa, chiede se c’è un bancomat qui vicino. “Qui?” risponde il giovane barista tedesco con il perfetto accento italiano “no, no.” E poi ci mostra gli scarsi passi in avanti fatti dall’odontoiatria nel Centro-Europa.

Vicino al bar c’è “la sala concerti” che contiene la più grande raccolta di inutili cazzate pacchiane che abbia mai visto in vita mia, e io sono stato spesso in vacanza ad Alassio. Ogni centimetro disponibile di parete ha qualcosa di orribilmente anacronistico appiccicato.

L’iconografia heavy metal tamarra da Iron Maiden sembra la corrente artistica prediletta qui a Mirapuri. Quella in cui teschi, scheletri e donne poppute sono dettagliatamente colorati via spray. Poi c’è un quadro dove una pantera nera ha stuprato una vergine, e il suo sangue è colato tutto intorno a lei. C’è il ghigno di Jack Nicholson in Shining dopo aver sfondato la porta con un’accetta. Varie foto di Ferrari e Mercedes, e le donne dei paginoni centrali da staccare che si trovavano nei giornali soft-porno che esistevano prima dell’arrivo di Internet.

David comincia a spiegarci il significato della sua religione mentre un culo sgocciolante sudore attraverso dei jeans strappati — appena sfiorato dalla scritta “ACTION! SEX!” racchiusa in un fulmine fucsia — ci osserva da un poster.

“Tutto questo proviene da un’idea di Michel Montecrossa: unire il messaggio de ‘La Madre’ alla cultura pop che ci circonda.” La Madre è appesa in una foto al centro della stanza, fra la pantera stupravergini e una Ferrari Testarossa con scritto “Miami Vice.” David continua. “Quello in cui noi crediamo è il lavoro. Lo amiamo proprio. È ciò che ci ha insegnato Sri Aurobindo, un santone indiano morto 70 anni fa, e la sua compagna Mira Alfassa. La base della vita è lo sviluppo della propria coscienza attraverso, appunto, il lavoro. Ma non solo per gli uomini, in generale per tutto ciò che ci circonda: dalla materia di cui la terra è composta, alle piante, agli animali — tutto. È uno studio per trovare la propria origine e il significato e lo scopo dell’esistenza dell’universo. Dio non è una persona vecchia con la barba, puoi chiamarlo Tao o Buddha, ma è dentro di te. È un viaggio per trovare la tua anima.”

Ogni 4-5 parole David si ferma a ragionare per qualche secondo, come se stesse confrontando quello che possiamo capire noi che non Abbiamo Visto La Luce, con quello che lui conosce. E poi fa un ruttino, e continua a dover rimandare giù dei conati di vomito che disturbano il suo fervore religioso impegnato a spiegarci la Via. David conosce l’origine dell’universo, ma non un buon digestivo.

{ continua }

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