Proprio ora che credevo di esserne uscito, mi trascinano di nuovo dentro

Ci sono cose che non si possono spiegare, ma vivere. Per esempio: che razza di target commerciale ha il BlackBerry? Lo comprano solo due tipi di persone: il segretario di stampa della banca europea, e la tizia che ti sei scopato nel bagno sabato scorso. Eppure sono in profitto. Cioè guardala bene, le hai pure dato i soldi per il taxi perché altrimenti l’avrebbe rapita il suo spacciatore.

Com’è possibile?

Un’altra cosa che non trova spiegazione è il giornalismo musicale italiano. Scrivere di musica è un’arte così difficile e complessa che ci sono importanti riviste in Italia che ogni mese dedicano centinaia di pagine per mostrare persone incapaci di farlo. Questo va celebrato e mai dimenticato. E siamo così fortunati nel nostro paese che spesso basta collegarsi a un sito web invece che andare in edicola. Tipo visitare Rockit, che oltre a essere una importante risorsa sulla musica indie italiana per entrambe le persone che lo leggono, organizza ogni anno un buffo festival per hipster e lavinie che si ostina ad abusare , dietro i cancelli dell’oratorio, l’iconografia comunista anni ‘70 con lo stesso gusto intellettuale che Casapound ha già dimostrato appropriandosi di Rino Gaetano. Del resto dietro a rivista e festival c’è un tizio che scrive goffi manifesti culturali reazionari senza uno sdrucciolo di ironia.

Leggere un loro articolo significa venire sopraffatti dalla loro frustrazione sociale, dall’imbarazzo evidente che si manifesta quando cercano di compensare la povertà di pensiero affogando i periodi in avverbi e sinonimi di aggettivi obsoleti. L’effetto finale è quello di un gruppo di vergini agitati che cercano di raccontarti scopate altrui.

Esattamente come diceva Italo Calvino nel saggio “L’antilingua”

“Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato […]. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente […]

Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: “io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di me stesso”. La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi.”

Giusto oggi mi è stato segnalato che uno dei “giornalisti” di Rockit ha trovato un pezzo che ho scritto su Zero qualche settimana fa per il concerto di Serji Tankian svoltosi ieri sera (bel concerto!) e n’è rimasto sconvolto à la Babsi Jones e Lipperini. A differenza dell’ultima volta, però, non abbiamo a che fare con un Alcide Pierantozzi qualsiasi, ma con qualcuno con un nome ben più virile. Abbiamo a che fare con Manfredi Lamartina. Evidentemente ho qualche problema a relazionarmi con persone che hanno nomi da gerarchi dei Boy Scout cattolici allontanati per molestie sessuali.

Purtroppo non possiedo la tecnologia per rivivere il momento in cui Manfredi ha letto per la prima volta il mio pezzo su Tankian, ma questa credo essere una ricostruzione abbastanza fedele di ciò che è successo:

Zero è una guida agli eventi in programmazione nella propria città.  L’avrete vista in qualche locale, è molto piccola e colorata. Ogni numero presenta i concerti, le mostre e vari avvenimenti culturali delle 2 settimane in corso utilizzando un massimo di 600 caratteri — cioè poco più di un paragrafo. Quindi, cosa ci vuole a riempirlo, no? In realtà, probabilmente, il doppio del tempo impiegato a scrivere qualcosa di 1200 battute. È questione di cancellare, semplificare, tagliare, sacrificare, ricominciare. È affascinante scrivere quando ci sono delle costrizioni così estreme. Lo stesso vale per Twitter, è un esercizio senza eguali per migliorare la propria arguzia. Infatti fa così schifo il 99% delle volte perché il 99% delle persone non ha nulla di interessante da dire. E di certo non è una questione moderna, dettata dalla tecnologia che impieghiamo nel 2010. Lo ricorda perfino il personaggio di Polonio dell’Amleto di Shakespeare alla Regina: “la brevità è l’anima del senno, e il parlar troppo un fronzolo esteriore.” Oppure Mark Twain, quando risponde a un seccatore che voleva vendergli una pozione magica. “Non ho avuto tempo di scrivere una lettera breve, quindi ne ho scritta una lunga”.

Perciò è fondamentale tagliare il superfluo. Per esempio, quando Manfredi scrive sulla sua bio

“Ha scritto per Rockit, Repubblica.it, Giornale di Sicilia, Prima Comunicazione, SentireAscoltare, Problemi dell’Informazione e Trovapalermo.”

Sarebbe più semplice e breve dire “Nessuno ha mai ritenuto di pagarmi per scrivere”.

Avete notato quanti caratteri abbiamo risparmiato così? E nonostante tutto abbiamo espresso lo stesso identico concetto.

Manfredi Lamartina ha la sfortuna e la scusa di essere un giornalista. Questo si capisce subito dal titolo del suo post: “L’analisi (il)logica”. Ha! Un evidente rimando a quella straordinaria capacità del settore di manipolare la lingua italiana e piegarla al proprio estro, come quando il collega Fede “sbaglia” a pronunciare i nomi delle persone e delle cose che disprezza, o Giordano su Libero si lancia nei suoi rinomati calambour contro la temibile Internazionale desinistra o i “radical chic”. Esilarante.

“Passaggio controverso. L’abuso di aggettivi in contrasto fra loro – migliori, incomprensibile, piacevoli – lascia disorientati: sono bravi o fanno schifo? “

Qui il Manfredi è confuso! Esiste un modo per dire che i momenti migliori di un gruppo sono consapevolmente mediocri, ma che ti piace ascoltarli lo stesso senza usare delle metafore che hai letto nella rubrica “Cucina, Cagnoni Bagnati & Culi Sodi” di TV & Sorrisi Canzoni? Tutto ciò sulle scale mobili dello IULM è inaccettabile!

Purtroppo i giornalisti musicali come Manfredi sembrano possedere lo stesso orribile handicap degli sceneggiatori italiani: l’impossibilità fisica di descrivere personaggi più intelligenti di loro stessi. E la totale privazione del talento necessario per raccontare cose che vanno oltre a ciò che vedono o sentono.

I Manfredi non ti raccontano quello provano, quello che dovresti provare, o cosa ricordano ascoltando o vedendo o leggendo. Non ci sono storie. Scrivono didascalie.

Se qualcosa è rumoroso, ti dicono che fa rumore.

“Sbrodolano violenza sonica a livelli tali che alla fine le orecchie sanguinano dolore”

Se qualcosa è nostalgico, ti dicono che è una polaroid. Perché la polaroid è vecchia e nostalgica.

“Undici cover, undici polaroid che cristallizzano i ricordi e i percorsi personali dei protagonisti dell’album.”

Se la copertina è marrone, ti dicono che la musica è autunnale. Un po’ come facevano i cantori dell’autunno in musica,  I BEACH BOYS.

“Disco ben fatto e dalle cromature autunnali, come suggerisce anche la copertina”

Se sulla copertina c’è una foresta, ti dicono che il disco è un richiamo alla foresta. E nostalgico. (WTF?)

“Un prodotto che fa della nostalgia un richiamo della foresta e della malinconia una malattia psicosomatica”

Quando raccontano di un concerto, qualcosa che hanno vissuto in prima persona, riescono a utilizzare in 276 parole complessive questa incredibile sfilza di luoghi comuni, frasi fatte e cliché.

“ingrato compito”, “sono all’ordine del giorno”, ” da mettere in conto”, “stende il pubblico come un rullo compressore”, ” sono una macchina da guerra” , ” pagano subito dazio”, “strapazza i neuroni”, “viagra al posto del plettro”

Perché questa straziante banalità? Il giorno in cui scrivi “come un rullo compressore” deve coincidere con il giorno in cui il tuo Macbook Pro prende fuoco da solo.

Sul serio, dove cazzo vedono i giornalisti musicali tutti questi cazzo di caleidoscopi, rulli compressori e macchine da guerra nella vita di tutti i giorni? Perché i giornalisti musicali italiani vivono in un documentario di Alberto Angela su Leonardo Da Vinci?

Questo non lo sapremo mai. Quello che si scopre, invece, è che l’incapacità di cogliere sineddoche, metonimie e metafore si trasmette in modo allarmante da autore a commentatore.

“Sono quindi il gruppo perfetto per quei momenti del mese in cui…” qui la partita era finita e in tv passava lo spot degli assorbenti lines

Negli ultimi anni si è discusso sul crollo dell’informazione giornalistica televisiva e cartacea. Sulla paurosa possibilità — per i giornalisti professionisti — che il web si mangi tutto e loro vengano quindi ignorati. Questa è la dimostrazione che sono paure stupide. Ci sarà sempre bisogno di giornalisti insulsi per farsi comprendere da lettori idioti. Ci sarà sempre bisogno di manfredizzare “Sono quindi il gruppo perfetto per quei momenti del mese in cui ti tornano i 16 anni” in:

“Con cadenza mensile, puntuale come un orologio svizzero appeso su un rullo compressore, l’atavica nostalgia da sedicenne attanaglia la mia esistenza e provoca dolorosi e acidi ricordi come un limone spremuto in gola. Viagra.”

Ma è nella battuta finale che il Manfredi esprime tutta la sua frizzante verve comica.

“C’è da sperare, insomma, che ‘sto tizio abbia scritto il pezzo stordito dalle vuvuzelas di Italia-Slovacchia.In caso contrario dovrebbe cambiare nomignolo in qualcosa di più adatto a ciò che scrive. Tipo bullshit.”

Oh, per favore, non cambiare mai il tuo nome, Manfredi Lamartina. Sei bellissimo così.

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